I Mandala

I Mandala

l mandala compare spontaneamente come archetipo compensatorio, portando ordine, mostrando la possibilità dell’ordine.[..] Si potrebbe ben dire che è l’archetipo più importante”

Carl Gustav Jung

Nella leggenda l’Uroboro, un enorme drago a forma di serpente, vive nel vuoto senza forma. In questo luogo tutto è confuso in un turbine indistinto. Tutto è grigio perché il buio e la luce si mescolano insieme, non è possibile avere acqua perché è nelle profondità, tutto è difficoltoso. Muovendosi in questo tutto indistinto, l’Uroboro lentamente si inarca all’indietro per mordersi la coda e così muovendosi, va a formare un cerchio. La leggenda narra che il primordiale caos muta e il cerchio formato dall’Uroboro “avvia la separazione degli opposti” è così che buio e luce si separano, che l’acqua sgorga dalla terra, che le asperità si mitigano. Ogni cosa trova ordine nel cerchio. Anche uno scarabocchio, se lo racchiudiamo in un cerchio, acquista una certa armonia.

Susanne Fincher ipotizza che il “balzo” verso l’individuazione possa essere avvenuto così: nella celebrazione dei riti lo stregone, o il sacerdote, controfigura del dio sole, tracciava intorno ai propri piedi una riga, a simboleggiare forse la presenza del dio sole al rito. Forse, tracciando la riga pronunciava parole come “ciò che occupa questo spazio è il sole” e poi… “ciò che occupa questo spazio sono io”. ( (Fincher, 1996)

Questa visione circolare del mondo ebbe anche applicazioni pratiche; per orientarsi e per stabilire la propria posizione, gli uomini partirono dallo spazio più conosciuto: quello occupato dal proprio corpo e, allargando le braccia, si dà origine a due linee che partendo da noi, raggiungono l’orizzonte, tracciando così due direzioni.

La linea dello sguardo, in avanti, contrapposta a quella che parte dalla nuca, origina altre due direzioni. Questo ci dà modo di figurarci il mandala classico formato dalla linea dell’orizzonte (cerchio esterno) e da quattro linee che convergono verso il corpo collocato al centro. (Fincher, 1996) I mandala vengono anche vissuti: in India, come meditazione, esiste la danza del mandala, mentre nei riti vudù l’invocazione degli spiriti trova inizio col tracciare in terra il cerchio sacro.

Anche lo stato di estasi mistica si manifesta con un moto circolare: gli esquimesi incidono un cerchio nella pietra con movimenti ripetitivi e sempre uguali per indurre lo stato di trance mentre la danza mistica (Semà) dei Dervisci è il rituale intrapreso per sentirsi parte del cerchio sacro che riproduce l’armonia del cielo. (Fincher, 1996).Nella traduzione tibetana MANDA significa essenza e LA significa cogliere, quindi MANDALA: cogliere l’Essenza.

Il mandala è perciò considerato la sintesi degli elementi diversi dell’universo, racchiusi in un’unità resa visibile grazie a quella esperienza chiamata ‘meditazione’.

I mandala tibetani riproducono la pianta di un tempio. Il centro sacro è protetto da un muro con quattro aperture, poste in direzione dei punti cardinali, ognuna delle quali è custodita da un demone. Il devoto che chiede l’iniziazione attraverso il mandala, dev’essere già avanti nel suo lavoro interiore per poter accedere a questo. Il lavoro con il mandala è svolto sotto la guida di un guru che stabilisce quando il devoto è pronto, lo istruisce sulle tecniche in un luogo e in un tempo propizio.

Si sceglie un luogo isolato e si prepara il terreno ripulendolo. Al discepolo vengono consegnati fili colorati e gli viene insegnato come tracciare un cerchio diviso in quattro parti uguali. Il mandala viene disegnato con tinture, inchiostri o sabbia colorata.

Una volta completata la stilizzazione del disegno, il discepolo, attraverso la meditazione arriva a cogliere quegli aspetti di se stesso che gli impediscono la piena realizzazione della pura coscienza.

Questo lavoro interiore è facilitato da visualizzazioni basate sul mandala, cioè il discepolo si costruisce un’immagine mentale della figura mandalica, si concentra su di essa e la trasforma in rapporto a se stesso.

Con la pratica e l’esercizio, il devoto costruisce una vivida immagine mentale del mandala e lo utilizza come cammino attraverso i vari stati di coscienza (Tucci, 1969).

(Il Sé) mi appariva come la monade che io sono e che è il mio mondo. Il mandala rappresenta questa monade, e corrisponde alla natura microcosmica dell’anima. C.G.Jung

Nel 1916, a 41 anni, Jung disegna il suo primo mandala: semplicemente un cerchio con il suo centro. Ogni giorno ne studia la simmetria e la utilizza come indicatore del suo equilibrio psichico: armonioso o no se egli stesso è sereno o no… “ogni mattina schizzavo in un taccuino un piccolo disegno circolare, un mandala, che sembrava corrispondere alla mia condizione intima di quel periodo…” (Jung, 1965).

Quando nel 1938 Jung incontrò il rimpoche lamaista Lingdam Gomchen, questi gli disse che “il mandala era un dmigs-pa (pron. migpa), un’immagine mentale … nessun mandala è uguale ad un altro: sono tutti individualmente diversi … “ (Jung, 1944). “Solo un po’ per volta scoprii cos’è veramente il mandala… il Sé, la personalità nella sua interezza, che è armoniosa se tutto va bene… “(Jung, 1965). Jungassociò il mandala al Sé, dove il cerchio esterno simboleggia i confini dell’Io e le parti interne la totalità della personalità; sempre secondo Jung durante i periodi di tensione psichica figure mandaliche, archetipiche, possono apparire spontaneamente nei sogni per portare o indicare la possibilità di un ordine interiore ed essere così una via di crescita personale.

“…e questa è la mia vita”…

Io stessa mi sono avvicinata ai mandala, per caso, in un momento difficile. Mentre procedevo nella colorazione del mandala che avevo scelto, pian piano mi accorsi che quel sentimento di tristezza stava perdendo peso, si stava alleggerendo, piano perdeva senso in quanto pensiero confuso e continuo, e diventava parte della mia vita e della mia esperienza in modo molto naturale.

Quasi come se colorando dal centro verso l’esterno avessi trovato un modo di aprire quel pugno nello stomaco.

Così, dopo averlo provato su di me, lo propongo ai miei pazienti, sia in sedute individuali, che in laboratori di gruppo.

“Diminuisce la resistenza a compiere il passo che ci conduce allo sviluppo, mentre si riconosce il centro e ci si abbandona alla consapevolezza della sua necessità”.(Dahlke, 1999)

A livello simbolico un mandala esprime il fatto che esiste un centro – il nucleo più profondo ed autentico di se stessi- e una periferia, con il cerchio esterno che abbraccia, custodisce, protegge e tiene unita l’intera personalità, confine di contatto.

Diversamente che dalla psicoanalisi, in Gestalt il Sé non è un’entità determinata, ma un processo: quello cioè che accade al confine di contatto tra l’organismo ed il suo ambiente, e che consente l’adattamento creativo.

Nella mia esperienza è proprio il processo della colorazione che è fondamentale, non il prodotto/disegno in sé.

Durante la colorazione vengono fuori pensieri, connessioni appunto che il paziente fa tra l’utilizzo dei colori, le forme presenti nel disegno, l’effetto che gli fa stare lì a colorare e la sua vita, la sua esperienza, il suo modo di rapportarsi agli altri e alle situazioni di vita vissuta.

È come se si facesse un viaggio: dall’interno di sé verso l’esterno, gli altri, o dall’esterno di sé, verso un nucleo più profondo.

E nel processo vediamo che succede. Il mandala tende a riportarci al centro, e quindi al “qui e ora”, cioè può aiutare i pazienti a riappropriarsi degli aspetti centrali della propria vita e a ritrovare la giusta collocazione nel proprio sistema. Inoltre, l’utilizzo di uno strumento creativo permette di “vivere” e successivamente abbattere anche le proprie resistenze.

La struttura preesistente poi è un’ottima metafora per esercitarci ad inserirsi in un modello che esiste già prima di noi e che non possiamo mutare radicalmente, ma cui possiamo dare un tratto personale: “Cosa di nuovo puoi fare per starci meglio?”, adattandoci creativamente a qualcosa di già definito; è ritrovare se stessi (il centro) in qualcosa che crediamo non ci appartenga (l’intera struttura del disegno); è l’umiltà di accettare il quadro generale della propria vita, trovando il proprio posto in essa. In maniera creativa.

…“il percorso è l’obiettivo”…

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