La depressione post partum – ovvero mi è nato un figlio ma vorrei morire

La depressione post partum – ovvero mi è nato un figlio ma vorrei morire

La nascita di un bambino, dalla notizia dell’attesa, alla gravidanza, al parto vero e proprio, implica nella donna non solo una trasformazione fisica, ma anche mentale. La donna incinta, deve fare posto, accogliere, fisicamente e soprattutto mentalmente, il nascituro. L’accoglienza fisica dura 9 mesi e comporta una serie di trasformazioni fisiche spesso stressanti, pensiamo al considerevole aumento di peso (alcune donne aumentano di 25 chili) nausee, vomito, ritenzione idrica. Per non parlare dello stress del parto che per alcune donne è un vero e proprio trauma. L’accoglienza mentale dura quei nove mesi e va ben oltre. La donna è chiamata a fare “spazio mentale” al figlio, deve passare dal bambino ideale al bambino reale, e dal concetto di sé come mamma ideale al vissuto di mamma reale. Il bambino idealizzato, roseo paffuto per cui noi ipotizziamo essere il Tutto, diventa il bambino che piange sempre, che mangia ma il tuo latte non basta, che piange per le coliche ma siamo sicuri siano coliche?, che vuole il papà e non te, che sputa la pappa, che non sai che vuole insomma… e la mamma ideale che immaginiamo bella ed efficace si trasforma in una mamma che fatica a prendersi cura di sé, che non riesce ad allattare perché ha le ragadi, o perché ha poco latte, che non riesce a fare il bagnetto perché non il bimbo si muove sempre, che non si sente efficace perché non sa interpretarlo, che ha sonno perché di notte il bambino si sveglia sempre…

Queste profonde modificazioni nei processi di organizzazione del Sé, nello sviluppo dell’identità femminile e l’elaborazione delle rappresentazioni mentali da ideale a reale, definiscono la “maternità interiore” (Bydlowski 2000). Quando questo stato mentale viene meno o non si presenta affatto possiamo pronosticare problemi nello sviluppo della futura genitorialità. Potrebbe verificarsi quindi uno stato depressivo post-partum, che non curata può superare i due anni. Secondo il DSM IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) i criteri di questo disturbo richiedono che sia presente quasi ogni giorno, per un periodo di almeno 2 settimane umore depresso per la maggior parte del tempo e perdita di interesse per attività significative. Inoltre devono essere presenti almeno 5 dei seguenti sintomi per un periodo di almeno 2 settimane:

  • significativa perdita o aumento di peso senza essere a dieta, oppure diminuzione o aumento dell’appetito ogni giorno;
  • insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno;
  • agitazione o rallentamento psicomotorio quasi ogni giorno;
  • faticabilità o mancanza di energia quasi ogni giorno;
  • sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi quasi tutti i giorni;
  • ridotta capacità di pensare o di concentrarsi, o indecisione, quasi ogni giorno;
  • pensieri ricorrenti di morte.

Possiamo considerare l’esperienza del parto e della ristrutturazione della quotidianità un’esperienza anche traumatica, sia a volte per come avviene, sia perché una volta a casa la neo mamma inizia a mettere in discussione la propria self-efficacy, l’autostima, può sperimentare la sensazione di essere sola e senza aiuto, di non essere capace, valida, di non essere una buona madre. I due disturbi, il post traumatico da stress e la depressione post partum, condividono alcuni sintomi specifici come ad esempio la diminuzione di interesse per attività prima significative, distacco dagli altri, scarsa affettività, difficoltà nel ritmo sonno-veglia, mancanza di concentrazione e memoria (Söderquist et al., 2009).

Con la terapia EMDR (Eye Movement Desinsititazion and Reprocessing), si fa con un intervento mirato alla rielaborazione degli aspetti traumatici del parto e della maternità; si lavora sui pensieri di inadeguatezza ed impotenza della madre e sul suo sistema di attaccamento. Così si ottiene l’innalzamento delle risorse personali verso pensieri e sentimenti di capacità, sicurezza ed adeguatezza rispetto al nuovo ruolo. Questa rielaborazione facilita i processi di sintonizzazione affettiva e favorisce il legame di attaccamento madre-bambino.

E’ importante che chi soffre di questo disturbo sappia che se ne può uscire e che curarsi è fare del bene a sé e al figlio. In questo modo salvaguarderà il rapporto madre-figlio e creerà le basi per un sano sviluppo della personalità del piccolo.

Madri non si nasce. Si diventa.

 

 

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